Cime Tempestose di Emerald Fennell
Non è una storia d’amore. È una tragedia sulla pulsione di morte.
Ci sono libri che leggi da adolescente e non ti abbandonano più.
E il mio è sempre stato Cime Tempestose, che ebbe il merito di superare persino Ragione e Sentimento, della mia amatissima Jane Austen.
Per questo, mi sono avvicinata al nuovo adattamento diretto da Emerald Fennell con una curiosità quasi nervosa. Avevo già letto delle critiche dei “puristi” che, ovviamente, non lo amano. Lo accusano di essere infedele, troppo commerciale, troppo camp, troppo esplicito. Mentre altri lo hanno definito una fan-fiction in cui l’estetica dialoga apertamente con Bridgerton e Marie Antoinette di Sofia Coppola.
Ma dopo averlo visto, ho capito che forse Fennell non era interessata né alla fedeltà letterale né a una riscrittura in chiave neo-femminista che tutti si aspettavano.
La morte come origine: l’infanzia spezzata
Il film si apre con la morte. Non come semplice evento narrativo, ma come imprinting emotivo. In Catherine bambina, quella morte non genera dolore, ma intensità. È un’esperienza assoluta, totalizzante.
È lì che vediamo il formarsi della sua grammatica affettiva.
E insieme alla morte concreta si consuma quella invisibile: la morte dell’infanzia. Gli abusi, l’instabilità, la violenza emotiva insegnano a Catherine che l’amore non è cura. È dramma. È sopraffazione. È qualcosa che ti scuote fino a farti male.
Da quel momento in poi, Eros e Thanatos non saranno mai separati.
Per Catherine amare significherà sempre sopravvivere a qualcosa, combattere e soffrire, fino ad arrendersi.
La fotografia e il corpo: un’estetica organica
La fotografia di questo film è esplosiva e mai consolatoria. Le brughiere, le ambientazioni e alcune scene tra i personaggi richiamano Orgoglio e Pregiudizio di Wright, ma con una differenza sostanziale: non sono mai romantiche e sognatrici, sono organiche, umide, carnali. La macchina da presa insiste sulla pelle, sui contrasti e sulle disarmonie. I corpi non sono silhouette poetiche: sono materia.
Le scene spicy, che tanto hanno fatto discutere, non sono solo erotismo glamour. Non hanno l’estetica levigata di Bridgerton. Sono istintive, sporche, a tratti scomode. Fango, fluidi, uova che si rompono, sangue.
Non c’è romanticismo né passione vera e propria. Si tratta di carnalità e istinto animale.
Il bacio nel cimitero: Eros e Thanatos nello stesso fotogramma
La scena al funerale del padre è il manifesto del film e del rapporto tra Catherine e Heathcliff.
I due si appartano tra le tombe. Lui le solleva il velo nero che le copre il volto e la bacia. La composizione richiama un matrimonio, come se fosse celebrato in un cimitero.
I due celebrano l’amore, il loro eros, nel luogo della morte per eccellenza.
L’immaginario della scena, che mi ha ricordato tanto Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola quanto l’atmosfera gotica di Sleepy Hollow, è l’emblema di come Eros e Thanatos coincidano.
È un’unione già consacrata alla morte. E il loro amore, infatti, non genererà mai vita.
Il casting e il femminile non redento
La scelta di Margot Robbie e Jacob Elordi aveva fatto discutere e, a dire il vero, non convinceva nemmeno me. Troppo glamour, troppo contemporanei.
E invece mi sono dovuta ricredere: a loro modo, funzionano.
L’Heathcliff di Elordi è meno manipolatore e strategico rispetto a quello del romanzo. È più ferito, più ambiguo e vittima del narcisismo tossico di Cathrine. Tuttavia, Elordi oltre a riconfermare la sua predisposizione alle scene più spicy e controverse (vedi Saltburn), dimostra di avere anche il physique du rôle del gentiluomo ottocentesco, presentandosi come un potenziale Darcy molto più esteticamente convincente del Macfadyen dell’epoca.
Ma il vero centro è Robbie. La sua Catherine è narcisista, egoista, crudele, proprio come nel romanzo. È fragile e spietata nello stesso sguardo. E Fennell non la addolcisce per renderla simpatica. Non è un’eroina romantica. È una donna difficile, ma per la quale non possiamo fare a meno di empatizzare.
Qui sta il fulcro del film: lo spostamento sul femminile. Catherine non è solo oggetto del desiderio o catalizzatore della vendetta maschile. È soggetto. È centro. È corpo che interiorizza il trauma fino a farlo diventare identità.
“Lui è più me di me stessa”: la fusione come annullamento
“Lui è più me di me stessa.”
La frase chiave di Cime Tempestose. Non è una dichiarazione d’amore. È una dissoluzione dell’io.
Catherine non ama Heathcliff per le sue qualità. Lo ama perché coincide con lei. È il suo doppio. È la sua ferita incarnata. Quello di Cathrine per Heathcliff non è altro che la rappresentazione del narcisismo tossico: quando lo ama, ama se stessa. Quando lo odia, odia se stessa.
Edgar, che al contrario rappresenta stabilità, cura, rispetto, è l’amore sano che Catherine accetta per costrizione, vivendolo come una prigione.
Quell’amore sano che per Catherine implica separazione. Implica esistere come individuo autonomo. Implica crescita e superamento del trauma.
Con Heathcliff può restare nel trauma, nella sua dimensione. Con Edgar dovrebbe superarlo, diventando adulta. Dovrebbe perdonare e lasciare andare.
Se ci pensiamo, è lo stesso cortocircuito che attraversano Holly Golightly in Colazione da Tiffany (dove amore e prigionia coincidono), e Rossella O’Hara di Via col Vento (citazione evidente nel film).
Holly in Colazione da Tiffany:
«Non permetterò a nessuno di mettermi in gabbia.»
«Non voglio metterti in gabbia, io voglio amarti.»
«È la stessa cosa.»
Per chi ha interiorizzato il caos come unica forma di legame, la stabilità è minaccia. Meglio la violenza conosciuta che la cura che ti obbliga a guarire.
E anche Rossella O’Hara e Catherine condividono qualcosa di fondamentale: sono donne che non sanno amare senza distruggere. Donne che vogliono sicurezza ma desiderano intensità. Donne che scelgono stabilità per convenienza e poi ne soffocano.
Ma se Rossella dice:
«Non voglio più voltarmi verso il passato. Fa troppo male e scava nel cuore profondamente finché non si può fare altro che rimpiangere.»
Catherine non smette mai di voltarsi. E questa differenza è cruciale.
Perché Rossella sopravvive, ma Catherine no.
Rossella riesce a separare, almeno in parte, amore e identità. Catherine no. Perché per lei, Heathcliff non è un uomo. È la sua definizione.
La scelta radicale: negare la vita
Nel libro, la figlia che Catherine porta in grembo sopravvive. C’è continuità, c’è possibilità di riscrittura e di evoluzione. Nel film no. La vita che porta in grembo diventa morte. La regista interrompe la narrazione lì. Non concede eredità. Non concede futuro.
È una decisione forte, ma coerente.
Catherine non ha mai elaborato il trauma. Non ha mai sciolto il rancore. Non ha mai separato Eros e Thanatos. Ha covato la morte dentro di sé.
La sepsi finale è la conseguenza perfetta. Non muore di cuore spezzato. Muore di infezione. La stanza rivestita dal parato che simula la sua stessa pelle, con vene in evidenza, amplifica quello che accade nel corpo della protagonista: l’infezione che prende il sopravvento. La tossicità che si dirama.
Cathrine muore perché non ha mai disinnescato la morte che le covava dentro. È lei è il suo stesso veleno, la causa del suo male.
L’eredità dell’amore tossico: dalla brughiera alla cultura pop
Quella fusione distruttiva tra Catherine e Heathcliff non è rimasta confinata all’Ottocento, lo sappiamo bene. Si è sedimentata. Ha attraversato il cinema, la musica, la televisione. Ha cambiato il modo in cui raccontiamo l’amore.
InVia Col Vento, come abbiamo visto, Rossella e Rhett non sono una coppia sana. Si desiderano, si feriscono, si manipolano. Eppure li abbiamo sempre letti come epici. Come “grande amore”. Anche quando sappiamo che non lo sono.
E la nostra generazione non è stata da meno: Blair e Chuck in Gossip Girl. Edward e Bella in Twilight. Carrie e Mr. Big in Sex and the City. La brutalità emotiva di Closer. L’estetizzazione del possesso in Fifty Shades of Grey.
Ma anche fuori dallo schermo: Kurt Cobain e Courtney Love. Johnny Depp e Winona Ryder. Sid e Nancy.
Coppie implosive. Drammatiche. Totalizzanti.
Le critichiamo. Le analizziamo con il lessico della tossicità. Ma continuiamo a guardarle. A raccontarle. A rivederle. Perché, in fondo, una parte di noi desidera vivere quell’intensità. Ne è irrazionalmente attratta.
E forse è proprio Cime Tempestose ad aver fissato questo paradigma: l’amore deve essere ingestibile per essere vero. Deve ferire per sembrare profondo. Deve consumare per essere memorabile.
Ed è qui che il film della Fennell fa una lieve deviazione, forse non chiaramente evidente al pubblico. Perché questa non è una storia d’amore. Non si parla di un’amore impossibile, di sentimenti o di passione vera e propria. E non è nemmeno un manifesto femminista, dell’eroina che si libera dalla gabbia delle imposizioni maschili.
Questo Cime Tempestose è la storia di Catherine. La storia è vista dal punto di vista di una donna che non si è mai salvata. E non perché abbia scambiato l’intensità tossica per amore. Ma perché ha lasciato che la morte della sua infanzia diventasse il suo unico linguaggio, che il passato la divorasse fino ad avvelenarla.
Cime Tempestose di Emerald Fennell non è una storia d’amore tragica. È la tragedia di una donna che ha interiorizzato la violenza fino a perdere se stessa.
E la cosa più devastante è che finisce così.
Non c’è più vendetta. Non c’è più cattiveria. Non c’è nemmeno più rabbia.
Tutto il rumore si spegne. Non rimane nemmeno l’amore impossibile.
Ma solo il silenzio che resta quando anche il rancore si è consumato. Ma, in fondo, non è proprio questa la vera liberazione che Cathrine meritava?
Quindi: yey or ney?
C’è chi dice no a questo film. Che è vuoto. Che è solo immagine. Che è eccessivo. Che Fennell ha sacrificato la profondità sull’altare dell’estetica.
Ci sono gli amanti del politically correct che cercano un senso morale più alto, che si scagliano contro la tossicità, contro la follia dei personaggi, contro l’idea stessa di romanticizzare dinamiche distruttive (nonostante il romanzo non sia un esempio di moralità).
C’è chi, andando controcorrente, sostiene che l’unica in cui identificarsi sia Isabella: fragile, innamorata nel modo sbagliato, forse l’unica davvero “vittima” ed eroina inconsapevole (come in questo articolo di Cosmopolitan).
Io invece dico sì.
Non perché abbia trovato un messaggio edificante. Non perché giustifichi la tossicità. Non perché pensi che questo sia un modello d’amore.
Dico sì perché mi ha colpita.
Perché al di là di ogni analisi, di ogni lente teorica, di ogni tentativo di razionalizzare, qualcosa si è mosso. E non ho potuto controllarlo. Non ho potuto metterlo in ordine. Non ho potuto archiviarlo sotto “amore tossico da criticare”.
Mi ha fatto male. E mi ha fatto pensare.
E forse è questo il senso dell’arte.
Non rassicurare. Non educare. Non offrire sempre un messaggio corretto e incasellabile. Ma smuovere qualcosa dentro.
Per alcuni succede. Per altri no.
Perché non abbiamo tutti lo stesso vissuto. Non portiamo le stesse ferite. Non reagiamo alle stesse immagini.
E quando l’arte riesce ancora a toccare una parte che non è del tutto addomesticata dalla razionalità, forse non è vuota.
Forse è viva.








